Giovedì 21 maggio 2026, ore 18:00

Antonio Delfini

la realtà del sogno, il sogno della realtà

L’autore

“Per me fare lo scrittore significava abbracciare, senza alcun interesse premeditato, tutte le possibilità della vita, oltre alla possibilità di inventare altre possibilità”, scrive Antonio Delfini (Modena, 10 giugno 1907- Modena, 23 febbraio 1963) in una vera e propria dichiarazione di poetica. Prosatore (di cui si ricordano Ritorno in città, 1931, Il ricordo della Basca, 1938, Il fanalino della Battimonda, 1940) e poeta (le più famose contenute nell’ “anticanzoniere” Poesie della fine del mondo, 1962), egli appartiene alla schiera di autori difficilmente classificabili. Outsider per vocazione, così ce lo presenta la scrittrice Rosetta Loy: “incatalogabile”, “imprevedibile”, “ribelle a ogni idea convenzionale”. Delfini ancora oggi è  annoverato tra gli scrittori più trascurati del Novecento italiano, eppure la sua opera ha lasciato un segno profondo nel panorama culturale del suo tempo. Proveniente da una famiglia di ricchi proprietari terrieri, ne visse il progressivo declino economico; tale esperienza contribuì a segnare la sua esistenza, non solo sempre in continua oscillazione tra reale e ideale, tra slanci improvvisi e ricorrenti delusioni sentimentali, ma anche condizionata da un’inquietudine che lo spinse a un continuo vagabondare (verso Ferrara, Bologna, Parma, Viareggio, Parigi, Firenze…). Appartato e refrattario a ogni appartenenza,  Delfini non si riconobbe mai nei circoli mondani degli intellettuali e degli artisti, trovando piuttosto, nella dimensione della “realtà inventata” – di contro  al disumano della società –,  uno spazio autentico e di possibile quiete. Irregolare anche sul piano politico, da un’iniziale adesione giovanile al fascismo passò a posizioni antifasciste per poi attraversare, senza mai identificarsi pienamente, inclinazioni liberali, comuniste e monarchiche. Negli anni Trenta arrivò a vagheggiare un Partito rivoluzionario europeo, nel 1951 pubblicò il Manifesto per un partito conservatore e comunista in Italia e nel 1960 concepì il progetto di Un racconto che non scriverò, pensato come “la più grossa condanna perciò dell’antifascismo e dei partiti borghesi antifascisti e del loro padre ambosesso, del loro unico genitore: il fascismo”. Come ha scritto l’amico Cesare Garboli, poi diventato il più acuto e attento studioso dell’opera delfiniana, “nel Novecento italiano, Delfini è stato uno dei più strani e più puri campioni di negatività”,  senza aver mai  trovato il giusto riscontro di pubblico e di critica che, invece, avrebbe meritato. Solo nel 1963, grazie all’intermediazione di Pier Paolo Pasolini, Il ricordo della Basca vinse postumo il Premio Viareggio.

Il relatore

Marcello Azzi è membro del comitato scientifico della Fondazione Giorgio Bassani di Ferrara. Ha recentemente pubblicato i saggi Il canone poetico secondo Giorgio Bassani: Fortini, Delfini, Buttitta e  “A Modena tra i portici”: Montale e il rapporto con Delfini sulla rivista Laboratori Critici (Samuele editore), diretta da Matteo Bianchi e di cui è redattore. Nel 2024 è stato invitato all’Istituto italiano di cultura di Parigi per presentare il volume Une ville de plaine (Paris, Cahiers de l’Hotel de Galliffet, 2024), traduzione francese del primo libro di Giorgio Bassani  Ha curato con Paola Bassani, figlia di Giorgio, il libro La casa sotto l’erba. Giorgio Bassani e il cimitero ebraico di Ferrara (La nave di Teseo, 2025).  Recentemente ha curato con Pietro Tabarroni il volume Il giovane Bassani (curatela generale di M.A. Bazzocchi e P.Italia, Giorgio Pozzi editore, 2025) in cui ha analizzato una poesia nedita di Bassani. Attualmente è impegnato nella realizzazione dell’inventario e alla digitalizzazione del Fondo ferrarese dell’Archivio eredi Paola ed Enrico Bassani. La sua ricerca, al momento, si concentra particolarmente sul carteggio inedito fra Giorgio Bassani e Antonio Delfini, su cui verterà un saggio di prossima pubblicazione. Sta inoltre lavorando ad un libro di interventi critici su Antonio Delfini.

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