Martedì 24 febbraio 2026, ore 18:00

Sibilla Aleramo

rinascere scrittrice

L’autore

«La mia fanciullezza fu libera e gagliarda»: così si apre Una donna (1906), uno dei romanzi più dirompenti e  letti del primo Novecento, pietra miliare dell’emancipazione femminile e che avrebbe reso la sua autrice, Sibilla Aleramo (all’anagrafe Marta Felicina Faccio, Alessandria,14 agosto 1876 – Roma, 13 gennaio 1960), tra le più importanti protagoniste del secolo. La “gagliardia” dell’infanzia, alimentata anche dal profondo legame con il padre, lasciò presto il posto a un’adolescenza segnata da vicende drammatiche: la violenza sessuale, il matrimonio riparatore, l’aborto, la gelosia del marito, la follia e il suicidio della madre – che anche Sibilla tentò nel 1898. Ma fra tutte le ferite, la più lacerante fu la perdita di affidamento del figlio, dolore che rimase il centro segreto della sua esistenza. Questa “forza cosmica” – così la definì Giacomo Debenedetti – la società letteraria del tempo, rigidamente maschilista, etichettò spesso come “messalina”, “puttana intellettuale”, “divoratrice di sesso”. Giudizi atroci anche da parte di intellettuali, critici e scrittori, incapaci di comprendere che, invece, dietro quella apparente dissolutezza si nascondeva un «bisogno appassionato derivatomi in parte da mia madre, in parte dalla perpetua nostalgia di mio figlio». Una fame amorosa che non cercò solo nelle relazioni sentimentali – come quella tra le più tormentate con Dino Campana  – , ma che si aprì progressivamente all’umanità intera. Decisivo fu il sodalizio con Giovanni Cena – a lui  si deve lo pseudonimo “Sibilla Aleramo” –, con il quale la giovane “ribelle” condivise un’intensa missione sociale, culturale e assistenziale a favore delle famiglie di braccianti e migranti dell’Agro Romano, costrette a vivere nella miseria, nell’analfabetismo e in degradanti condizioni igieniche. In un mondo che considerava la donna «un essere naturalmente sottomesso e servile», Aleramo rimase fedele non solo alla propria coscienza femminista, ma anche a quell’Idea che l’avrebbe portata a formulare la sua legge: l’aspirazione a una vita di libertà e di azione che si tradusse in impegno politico e civile e nell’iscrizione, nel 1946, al Partito Comunista Italiano al quale donò la sua ampia biblioteca. La sua vita fu un continuo errare, ma la scrittura e la lettura rimasero sempre la certezza più solida. «Migliaia di libri che più non si leggono hanno tuttavia concorso, in varia misura, a formare un clima, un’aura di civiltà, entro la quale sono sbocciati, nel misterioso attimo fortunato, quei tre, quattro grandi che di ogni secolo formano la giustificazione e l’incanto», leggiamo in Scaffale di libri a Capri. Ed è proprio quella “giustificazione” e quell’ “incanto” che noi, lettori contemporanei, possiamo ancora ritrovare nelle pagine di questa donna che, con il suo esempio e la sua scrittura, ha contribuito a orientare il percorso civile, morale e letterario del Novecento italiano.

Il relatore

Francesca Rubini è assegnista presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca ed è stata assegnista presso Sapienza Università di Roma, dove nel 2017 ha conseguito il dottorato in Scienze documentarie, linguistiche e letterarie. Interessata alla valorizzazione delle fonti letterarie, nel 2015 si è diplomata presso l’Archivio di Stato di Roma. Le sue ricerche si concentrano sulle forme narrative del secondo Novecento con particolare interesse per le scritture e l’impegno culturale delle autrici. Ha pubblicato saggi su Pavese, Calvino, Bellonci e Banti, una monografia su Cialente (Fausta Cialente. La memoria e il romanzo, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori,2019) e una su Calvino (Italo Calvino nel mondo. Opere, lingue, paesi 1955-2020, Carocci, 2023). Presso Sapienza è membro del Comitato scientifico del Laboratorio Calvino.

Il video

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