Giovedì 23 maggio 2024, ore 18:00

Romano Bilenchi

“osservatore militante” di quel “percorso misterioso e disperato” che è la vita

L’autore

Romano Bilenchi (Colle di Val d’Elsa, 9 novembre 1909 – Firenze, 18 novembre 1989) –  scrittore, giornalista, editore e organizzatore culturale –  è uno dei protagonisti  del Novecento, attraverso una militanza civile e politica tutta giocata sul filo della coerenza e della difesa dell’autonomia dell’artista dalle ingerenze partitiche. La giovanile adesione agli ambienti del “fascismo di sinistra” ; la partecipazione alla Resistenza, l’iscrizione al PCI di Palmiro Togliatti; l’uscita dal partito, il periodo della guerra fredda fino all’era Gorbačëv e gli anni del “boom”: queste le tappe  essenziali di un percorso biografico e intellettuale che, insieme alla scrittura letteraria, caratterizzano uno dei  testimoni più liberi e anticonformisti della storia letteraria italiana. Accanto a un’intensa e prolungata attività giornalistica, che lo vede collaborare prima con riviste e giornali di orientamento fascista («L’Universale», «Il Selvaggio» di Mino Maccari,  il «Bargello» di Giuseppe Bottai , «La Stampa» di Curzio Malaparte «La Nazione»), e poi di area comunista  («Società», «Nazione del Popolo», il «Nuovo Corriere» fino al 1956), si affiancano le due principali stagioni della narrativa di Romano Bilenchi: quella tra gli anni Trenta e Quaranta e quella del decennio Settanta e Ottanta. L’adolescenza – raccontata all’interno di un tempo “indistinto” e in un paesaggio reinventato dalla memoria e colta nei turbamenti e nei rancori giovanili, attraverso storie amicizia, di indifferenza e di solitudine – è il tema centrale del primo periodo (Maria, 1925; Il Conservatorio di Santa Teresa, 1940; i racconti de Il capofabbrica, 1935; poi confluiti in Dino e altri racconti, 1942; La siccità, 1941; Mio cugino Andrea, 1943). La storia (Il bottone di Stalingrado, 1972, Premio Viareggio; Cronache degli anni neri, 1984), Il gelo (1982) e il racconto-memoriale Amici (1976, 1988) sono invece gli assi portanti delle opere successive. E se costante è un “senso di pena e di tragedia”, dall’altra parte, però – ci spiega Bilenchi in un’intervista del 1985 – scrivere “costituisce pur sempre un atto di ottimismo […]. Nei miei racconti, attraverso i diversi personaggi, io ascolto e cerco di costituire questi battiti, questo pulsare della vita”. Uno scrittore si riconosce “dalla poesia che riesce a raccogliere in quello che scrive e dalle emozioni che dà”. Emozioni che, nell’essenzialità di uno stile asciutto e limpido, le opere di Bilenchi ancora oggi – a distanza di tempo – riescono a regalare a noi, lettori contemporanei.

Il relatore

Luca Lenzini (Firenze, 1954) ha dedicato studi e commenti all’opera di Vittorio Sereni, Franco Fortini, Guido Gozzano, Giovanni Giudici, Attilio Bertolucci, Alessandro Parronchi, Giuliano Scabia e altri autori novecenteschi, non solo italiani. Ha diretto la Biblioteca Umanistica dell’Università di Siena dal 1989 al 2021 ed è coordinatore del Centro di ricerca Franco Fortini dell’Università di Siena; dirige la collana “Bilenchiana” per le edizioni Cadmo.

Il video

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