L’autore
Era il 1964 quando Gianfranco Contini, sulle pagine del “Corriere della Sera”, consacrava pubblicamente Antonio Pizzuto, «traumaticamente perfetto, rotondo, catafratto in una maturità che è magistero». Da Roberto Lerici erano state pubblicate Paginette, che insieme a Sinfonia (1966) e Testamento (1969) avviava la scrittura dell’ex questore di Polizia verso la piena maturità di quell’operazione letteraria di cui la “sintassi narrativa” rappresentava la più alta espressione.
Vice-commissario della futura Interpol, Antonio Pizzuto (Palermo, 14 maggio 1893 – 23 novembre 1976), già autore di Il ponte di Avignone (1938), solo dopo il pensionamento si dedicò totalmente alla scrittura (Signorina Rosina 1956, 1959; Si riparano bambole, 1960; Ravenna 1962; Il triciclo, 1962), arrivando a essere proposto da Cesare Brandi al Premio Strega del 1963.
Avviandosi verso un’astrazione linguistica sempre più complessa e radicale, la scrittura di questo “Joyce italiano”, come lo definì il suo amico Contini, non è altro che la formalizzazione di una puntuale visione filosofica, anti-storicistica, della realtà: «lo spirito è un fatto, la materia è un’ipotesi», spiegherà più volte lo scrittore. Ecco allora che il linguaggio di Pizzuto – scrive Gualberto Alvino, il suo più importante studioso contemporaneo – raffigura una «diretta, necessaria emanazione di un preciso credo teoretico soggiacente, conditio sine qua non per la corretta interpretazione del testo: l’impossibilità di penetrare l’essenza del reale e di conoscere le cause efficienti dei fenomeni».
Troppo a lungo dimenticato dall’editoria e dai lettori, ma studiato e apprezzato da critici e studiosi, Antonio Pizzuto ha lasciato un’impronta indelebile nel Novecento italiano e la sua eredità rimane un contributo significativo alla letteratura italiana, anche dei nostri giorni.
Il relatore
Critico e scrittore, Gualberto Alvino si è particolarmente dedicato agli irregolari della letteratura italiana, da Consolo a Bufalino, da Sinigaglia a D’Arrigo, da Balestrini a Pizzuto, del quale ha pubblicato in edizione critica Ultime e Penultime (Cronopio, 2001), Si riparano bambole (Sellerio, 2001; Bompiani, 2010), Giunte e Caldaie (Fermenti, 2008), Pagelle (Polistampa, 2010), nonché i carteggi con Giovanni Nencioni, Margaret e Gianfranco Contini (tutti editi dalla Polistampa). Fra i suoi lavori più recenti la curatela di Sconnessioni di Nanni Balestrini (Fermenti, 2008), Peccati di lingua. Scritti su Sandro Sinigaglia (Fermenti, 2009), «Come per una congiura». Corrispondenza tra Gianfranco Contini e Sandro Sinigaglia (Edizioni del Galluzzo per la Fondazione Ezio Franceschini, 2015, 2022), Per Giovanni Nencioni, con Luca Serianni, Salvatore C. Sgroi e Pietro Trifone (Fermenti, 2017), i romanzi Là comincia il Messico (Polistampa, 2008), Geco (Fermenti, 2017) e Pelle di tamburo (Caffèorchidea, 2021), le raccolte di saggi critici Scritti diversi e dispersi (Fermenti, 2015), Dinosauri e formiche. Schegge di critica militante (Novecento, 2018), il monologo teatrale La Perfetta (La Mongolfiera, 2021) e le sillogi poetiche Rethorica novissima (Il ramo e la foglia, 2021) e Sala da musica (Il Convivio, 2022). Suoi scritti poetici, narrativi, critici e filologici appaiono regolarmente in riviste accademiche e militanti, di alcune delle quali è redattore e referente scientifico. Collabora stabilmente con l’Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani) con recensioni e rubriche.
